giovedì 14 maggio 2015

immigrazione italiana

Cosa pensavano di noi quando c'è stata la grande immigrazione italiana, si fuggiva dal nostro bellissimo paese perchè c'erà fame, disperazione e non si vedevano grandi oppurtunità.Adesso ormai gli italiani fanno parte di un establishment potente e temuto, e sono anche ben visti, però non è stato sempre così, anzi; ovviamente non lo era all’inizio del secolo una relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Usa, ottobre 1912=Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti fra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.Richard Nixon, presidente degli Stati Uniti d’America, 1973=Non sono, ecco, non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Dopotutto non si possono rimproverare. Oh, no. Non si può. Non hanno mai avuto quello che abbiamo avuto noi. Il guaio è…. che non ne riesci a trovare uno che sia onesto.All’inizio del Novecento in America c’è un miscuglio di disprezzo e ostilità che colpisce soprattutto i neri e gli italiani, visti come un popolo del sud, mediterraneo, inetto, inaffidabile. Sono pregiudizi, attenzione, coltivati non solo nei bassifondi, ma nelle élite, economiche e intellettuali: basti pensare che li nutriva un uomo come Henry James. Pregiudizi che producono eventi come i fatti di New Orleans, dove nove siciliani vengono massacrati nel 1891 perché ritenuti colpevoli dell’uccisione del capo della polizia». E fu il più grande linciaggio della storia Usa. Ben presto allo stereotipo anti-italiano si sovrapporrà il cliché di Al Capone: «L’ascesa del gangster fa coincidere l’idea di italiano con figure famose, losche, ma quasi affascinanti».Coppola non sopportava che l’élite wasp, che considerava corrotta e moralmente non in grado di dare lezioni, si ergesse a giudice, dunque il senso del film è tutto in quella frase di Vito Corleone: voi wasp pensate che i criminali siamo noi, ma i veri criminali sono alla Casa Bianca». È la frase chiave di un ribaltamento che nei ‘60 e ‘70 vivrà fasi alterne. «A cavallo del Vietnam la crisi di legittimità di questa identità americana bianca si sposa con la comparsa sulla scena di gruppi che rivendicano un’identità positiva, i neri, soprattutto, con Malcolm X, ma anche le donne, gli indiani, e appunto gli italiani». Times they’re a changing, avrebbe detto Dylan. Gli italiani hanno scalfito l’odio anche grazie a figure diverse, la musica, il cinema, la politica, «uomini come Frank Sinatra, o Coppola, o Fiorello La Guardia, sindaco amatissimo di New York.