venerdì 8 maggio 2015

IL MASSACRO DI SABRA E CHATILA

trentuno anni fa, le milizie libanesi cristiane, con il sostegno dell’esercito israeliano, massacrarono circa tremila persone, in gran parte palestinesi.Il 16 settembre del 1982, in un Libano devastato da sette anni di guerra civile, le milizie falangiste entrarono nei campi di Sabra e Shatila, dove vivevano migliaia di profughi palestinesi accanto a cittadini libanesi, all’indomani dell’uccisione del loro leader, Bashir Gemayel, eletto presidente ad agosto. L’esercito israeliano, che da quasi tre mesi teneva sotto assedio Beirut, circondò il campo e per tre interminabili giorni lasciò la popolazione nelle mani delle forze cristiane. La furia falangista si abbatté sui civili inermi che da decenni abitavano il campo, lasciato incustodito dai guerriglieri dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che ad agosto avevano evacuato il Libano nell’ambito di un accordo siglato con il governo e con Israele, sotto la tutela di una forza multinazionale. Il 10 settembre, però, anche questa aveva lasciato il paese, con due settimane di anticipo sul programma. Agli occhi dei militanti falangisti di estrema destra, i profughi palestinesi, che si erano riversati in Libano in seguito alla nascita di Israele nel 1948, costituivano una minaccia per l’equilibrio demografico del paese e dovevano essere cacciati o eliminati.uella notte gli israeliani illuminavano a giorno la zona dal cielo”, ha raccontato Kamal Maaroof, “alle sei del mattino alcuni uomini armati sono arrivati da noi a Sabra. Ci hanno fatto scendere dai palazzi e abbiamo camminato fino a Shatila. Alla mia destra c’erano più di venti persone uccise, alla mia sinistra altre 15. A quel punto hanno separato le donne e i bambini da una parte e i ragazzi e gli uomini dall’altra. Ci hanno messi in fila e hanno cominciato a scegliere le persone a caso. Mio figlio lo hanno preso da dietro di me”. Molte delle persone prelevate vennero condotte nella città sportiva, che divenne un centro di interrogatori e smistamento. Da quel momento di molti di loro si perse ogni traccia.Il numero delle vittime è tuttora imprecisato, perché molti corpi non sono mai stati recuperati e tanti altri sono stati seppelliti sommariamente, nel tentativo tardivo di nascondere al mondo l’orrore di una delle stragi più cruente degli ultimi decenni. Così come restano ancora da attribuire le colpe, dato che nessun responsabile è mai stato arrestato, processato o condannato. E dunque Kamal Maaroof è sempre in prima fila alla manifestazione annuale, con la foto del figlio davanti al petto, a chiedere instancabilmente verità e giustizia.I primi giornalisti e osservatori internazionali che entrarono nel campo il 18 settembre dovettero farsi strada tra i cumuli di cadaveri che ostruivano le anguste stradine. I miliziani, molti dei quali probabilmente sotto effetto di droghe, non risparmiarono nessuno: anziani, donne, bambini, neonati, persino feti. “La strage di Sabra e Shatila ha lasciato una ferita profonda non solo nella memoria palestinese, ma in quella del mondo arabo e anche a livello globale.le immagini del massacro sollevarono un’ondata di indignazione in tutto il mondo e in particolare nell’opinione pubblica israeliana. Il 25 settembre 400mila persone manifestarono nelle strade di Tel Aviv per chiedere le dimissioni dei vertici del governo, innanzitutto del premier Menachem Begin e del ministro della Difesa Ariel Sharon. Tre giorni dopo il consiglio dei ministri israeliano decise di istituire una commissione di inchiesta, presieduta dal presidente della Corte Suprema Yitzhak Kahan, che a oggi resta l’unica indagine ufficiale sulla strage, per accertare i fatti e le responsabilità.Nel dicembre del 1982 il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva condannato il massacro, definendolo un atto di genocidio, un’iniziativa che però non ebbe alcuna conseguenza. “L’Onu avrebbe dovuto costituire una commissione d’inchiesta, visto che il ritiro dei guerriglieri dell’Olp era avvenuto in base a un accordo internazione, così come avrebbero dovuto farlo i governi dei paesi che avevano garantito quell’accordo, come Italia, Francia e Spagna, perché era loro responsabilità”, ha commentato Dahmash, “Questo non è un particolare secondario.Come il resto del paese, anche i campi di Sabra e Shatila oggi si trovano a far fronte a una nuova emergenza che rischia di destabilizzare il precario equilibrio libanese: l’arrivo di migliaia di profughi in fuga dal conflitto siriano. Secondo i dati delle Nazioni Unite, sono 718mila i siriani che si sono riversati nel paese vicino, tra cui almeno 92mila palestinesi che per lo più si sono sistemati nei dodici già sovraffollati e malridotti campi profughi libanesi. “A volte in una casa di due stanze vivono venti persone”, ha proseguito Shehade, “per i palestinesi provenienti dalla Siria la vita è molto dura, anche perché lì erano abituati a condizioni migliori”.