giovedì 7 maggio 2015

I LOBBISTI DI BRUXELLES

Poiché l’Unione europea è emersa come una superpotenza regolatrice di 28 paesi che collettivamente formano la maggiore economia mondiale,
le sue politiche sono diventate sempre più importanti per le multinazionali che operano a livello transfrontaliero. A sua volta, l’influenza degli affari a Bruxelles è diventata sempre maggiore e più competitiva, paragonabile solo a quella di Washington.Ma chi sono i lobbisti? L’immagine del ”losco figuro” che trama nell’ombra va messa da parte. Tutti quelli che siedono al banchetto del processo legislativo europeo si conoscono, dentro di quella che Tom Huddleston, Policy Group Analyst, definisce la «bolla di Bruxelles». «Dentro la European Bubble c’è trasparenza», sostiene questo giovane americano trapiantato oltreoceano, «le persone, i finanziatori, le diverse posizioni sono ben visibili».Chi rappresenta il lobbista? La propria società, ed è responsabile verso i suoi finanziatori. Questo apre un problema di fiducia democratica rispetto alla popolazione che il Commissario europeo agli Affari Amministrativi e alla lotta anti-frode, Sim Kallas, ha cercato di risolvere nel 2005 con la European transparency iniziative, che ha partorito nel giugno scorso il registro volontario europeo dei lobbisti. Vontario appunto. La Commissione invita caldamente, e i dati vengono resi pubblici su Internet. Il modello sono gli Stati Uniti, dove l’attività dei lobbisti è pubblica, compresi i nomi di clienti e donatori.Ad oggi si stima che solo il 75% di tutte le organizzazioni collegate alle imprese e circa il 60% delle Ong che operano a Bruxelles abbiano messo la propria firma sul registro. Tutte le altre operano nell’anonimato, incontrando periodicamente deputati e alti funzionari e influenzando in questo modo il processo legislativo europeo senza dover rendere conto a nessuno. Il Parlamento europeo cerca così di mettere una pezza alla discussa proposta della Commissione, che vuole mantenere la volentarietà per l'iscrizione al registro dei lobbisti unificato delle istituzioni Ue.Parliamo di 120 milioni di euro annui spesi a fronte dei quattro impiegati, nel complesso, da organizzazioni sindacali, associazioni dei consumatori e Ong. Insomma, trenta volte tanto. Il paradosso è che, sempre secondo l’associazione, colossi bancari come Goldman Sachs, UBS, HSBC, Banco Santander e RBS non risultano registrati. Ecco perché la proposta approvata a Strasburgo chiede l’obbligatorietà di iscrizione entro il 2016 e prevede una serie di “incentivi” per i lobbisti registrati: sarebbero garantiti solo a loro l’accesso al Parlamento, l’autorizzazione a organizzare eventi, la partecipazione come oratori alle audizioni pubbliche e la possibilità di chiedere il patrocinio del Parlamento per le proprie iniziative.Naturalmente l’attività di lobby non è “sbagliata” o “pericolosa” a priori. Rientrano in questa categoria anche le associazioni ambientaliste come Greenpeace, umanitarie come Amnesty International e di categoria come i sindacati.